Il camaleonte con gli starlight

La bioluminescenza dei camaleonti è stata scoperta da uno studio condotto sul genere calumma del Madagascar

Quando ho letto della scoperta della bioluminescenza dei camaleonti, l’immaginazione ha avuto il sopravvento e mi sono domandato cosa avessero provato i ricercatori che avevano individuato questo particolare fenomeno che sembra farti immergere nel mondo del film Avatar.

Che la maggior parte dei camaleonti fossero in grado di cambiare la pigmentazione (grazie alla presenza di quattro strati di pelle dotati di diversi pigmenti) è un fatto oramai noto a tutti, ma che fossero fluorescenti al buio (se sottoposti a luce ultravioletta) è stata una vera e proprio sorpresa, soprattutto per un animale famoso per il suo mimetismo.

Questo fenomeno molto raro nei vertebrati terrestri (si pensi che solo a marzo dell’anno scorso è stata identificata la prima rana bioluminescente) è stato scoperto da dei ricercatori tedeschi (diretti da David Prötzel) e il loro studio è stato pubblicato su Scientific Report. I soggetti della ricerca sono stati ben 31 specie di camaleonti Calumma endemiche del Madagascar. Oltre 160 individui sono stati sottoposti a delle micro TAC che hanno rivelato una brillante luce azzurrognola che veniva emessa dallo scheletro dell’animale e che splendeva attraverso la pelle.

Nello specifico, la luce veniva emessa in presenza di tubercoli (cioè piccole protuberanze rotonde) che costellano il cranio del camaleonte ma non sono mancati casi di individui in cui la bioluminescenza si manifestava lungo tutto il corpo. Il disegno che si viene a creare è discontinuo e gli scienziati reputano che questi spazi vuoti abbiano una funzione paragonabile a quella delle finestre, ovvero contribuiscono a far convergere i raggi ultravioletti a raggiungere le ossa ed essere assorbiti.

È stato dimostrato che i camaleonti non possono cambiare colore della pelle a comando ma hanno a disposizione una gamma di colori e disegni che possono assumere in relazione a diversi fattori come ad esempio la temperatura (corporea e dell’ambiente), grado di umidità, situazioni di stress, eccitamento e altro ancora. È un metodo per comunicare basato su impulsi nervosi e cambiamenti di dosaggio ormonali che permettono alla loro pelle di espandersi, contrarsi o sovrapporsi. In riferimento a questa loro capacità, è stato ipotizzato che anche la bioluminescenza si fosse evoluta in quanto strategia comunicativa.

Tuttavia i dubbi sulle vere motivazioni della comparsa di questo fenomeno nei camaleonti rimangono. Le incertezze sono dovute al fatto che il disegno creato dai tubercoli varia da specie a specie (quindi potrebbe essere un riconoscimento intraspecifico) ma varia anche dal sesso dell’individuo (i maschi hanno un numero maggiore di tubercoli) così come varia da individuo a individuo (forse come segno di dominanza o sottomissione). Inoltre non mancano anche le ipotesi legate alla protezione dell’animale dalla luce solare, dallo spaventare i predatori e dall’attrarre gli insetti impollinatori.

L’ipotesi più avvalorata è quella dell’impiego in una forma di comunicazione che non attira l’attenzione del predatore e che potrebbe rivelarsi particolarmente efficace per comunicare tra conspecifici nelle foreste umide e ombrose. L’efficacia è dovuta al fatto che in prossimità della parte inferiore del fusto della pianta è presente per lo più luce diffusa ricca di lunghezze d’onda comprese nell’area dell’ultravioletto. Questo fattore unito alla maggiore sensibilità degli occhi dei camaleonti rispetto ai nostri, rende i pattern creati dai tubercoli particolarmente visibili dai conspecifici nell’ambiente fogliare (al contrario di quello che avviene in ambienti in cui la luce solare è diretta).

La bioluminescenza non è presente in tutte le specie di camaleonte ma solo quelle legate ad un determinato habitat. La ricerca condotta dal team di ricerca tedesco dell’istituto Bavarian State Collection of Zoology e del BioCenter presso l’Università Ludwig-Maximilians di Monaco ha rivelato la presenza di bioluminescenza usata come strumento di comunicazione in tutte le specie del genere Calumma (endemico del Madagascar) che abitavano le foreste, mentre è assente (o molto meno presente) per quelle specie che vivono in habitat secchi.

Nonostante il fenomeno della bioluminescenza sia abbastanza raro tra i vertebrati terrestri, esso è molto diffuso tra diverse specie marine (anche vertebrati) e vari artropodi (si ricorda ad esempio gli scorpioni). I ricercatori però sono convinti che le sorprese che la natura possa rivelare sulla bioluminescenza siano ancora tante e tutte da scoprire.

Emmanuele Occhipinti

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con EnvironMental.

Bibliografia:

  • Repubblica.it
  • nationalgeographic.it
  • Scienze.fanpage.it
  • Nature.com
  • Ansa.it
  • Manfredonianews.it
  • Scientific Report
  • “Widespread bone-based fluorescence in chameleons (David Protzel, Martin Heb, Mark D. Scherz, Martina Schwager, Anouk van’t Padje & Frank Glaw)

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