Microplastiche, macroproblemi: un nemico invisibile (prima parte)

Inquinamento causato dalle microplastiche, il macroproblema spiegato durante la conferenza “Oceani di plastica e di ghiaccio”

Dopo la conferenza “Oceani di plastica e di ghiaccio” tenutasi il 29 marzo scorso all’Università degli Studi di Milano Bicocca, gli spunti a cui aggrapparsi per approfondire l’argomento erano molti e noi come gruppo di aspiranti divulgatori abbiamo deciso di trattare quello sicuramente più subdolo e preoccupante: l’inquinamento dovuto alle microplastiche. I fatti da sapere sono molti e le problematiche collegate a queste piccole protagoniste sono molteplici, ma per illustrare bene il quadro della situazione, dobbiamo procedere con ordine.

plastica in mare

Innanzitutto, cosa sono le microplastiche? Le microplastiche sono tutti quei frammenti di dimensioni comprese tra i 330 µm e i 5 mm, composti di materiali polimerici di sintesi che derivano dalla degradazione fisica, chimica e anche biologica di tutti gli oggetti di plastica che vengono dispersi nell’ambiente: oggetti che, volontariamente o accidentalmente non buttiamo nella spazzatura, oggetti che non possono essere riciclati e quindi giacciono in discarica, oggetti che per un motivo o per l’altro terminano il loro ciclo di utilizzo senza essere correttamente smaltiti o stoccati.

Quando la meta finale di questi rifiuti è il mare – che ricordiamo essere anche il punto di arrivo e di accumulo di tutti i bacini idrografici delle terre emerse – le correnti oceaniche tendono a raggruppare il materiale raccolto in punti specifici. Ciò è proprio quello che è successo ad esempio per la Great Pacific Garbage Patch, ovvero la grande isola di rifiuti dell’Oceano Pacifico.

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In queste condizioni tutt’altro che stabili, i detriti vengono sottoposti a sbalzi termici, radiazioni ultraviolette, corrosione da sali, urti con altri corpi per via del moto ondoso e attacco da parte di organismi viventi come batteri, protozoi, alghe e piccoli invertebrati, diventando un vero e proprio substrato di ancoraggio. Capirete facilmente che in questo modo la frammentazione in pezzi sempre più piccoli è inarrestabile. Inoltre bisogna purtroppo considerare che una parte di questi inquinanti non è rilevabile attraverso le metodologie comuni utilizzate, perché il campionamento delle acque è eseguito con un retino chiamato “Manta”, con maglia fine di 330 micrometri che determina il limite inferiore dei frammenti plastici rivelabili, escludendo quelli più piccoli. Inoltre, il campionamento viene eseguito con uno strascico del retino vicino alla superficie dell’acqua (quando sappiamo già dal precedente articolo che la maggior parte dei rifiuti in realtà affonda).

Adesso sappiamo quindi di cosa stiamo parlando quando usiamo il termine “microplastiche” e, purtroppo, sappiamo anche che, analizzando la loro quantità con i metodi utilizzati, possiamo fare solo una stima al ribasso. Questi inquinanti vengono classificati secondo diversi criteri, di cui il più accurato è sicuramente quello che ne analizza la composizione chimica. Un altro metodo a nostro avviso molto interessante è quello che le distingue in base alla morfologia e che ci permette di ricavare molte informazioni sulla loro origine.

plastica su plastica

In base a questo metodo i frammenti microplastici vengono suddivisi in tre categorie: pellets preesistenti, frammenti da disgregazione (rigidi o in fogli) e fibre. La differenza principale tra pellets e frammenti da disgregazione è la forma, molto più irregolare e dai bordi frastagliati in questi ultimi.
Tra queste categorie, quella maggiormente rappresentata è l’ultima che abbiamo elencato, ovvero le fibre. Frammenti lunghi e stretti – come intuiamo dal nome – e che hanno un’origine che potrebbe lasciarvi sorpresi, in quanto non dipende da quello che generalmente viene definito spazzatura, bensì da un’attività che potreste considerare la più innocua tra tutte quelle quotidiane: il lavaggio dei vestiti in lavatrice. Gran parte dei nostri capi sono infatti composti da materiali sintetici in percentuali più o meno elevate (un classico esempio di tessuto di questo tipo è il pile) e, durante ogni lavaggio, la centrifugazione causa la perdita di molte fibre che passano nelle tubature di scarico dell’acqua e da qui raggiungono poi l’ambiente. Insomma, è un po’ simile a quello che succede quando laviamo i capelli, che si rompono o si staccano finendo nello scarico della doccia e intasandolo. Con la differenza che i nostri capelli sono biodegradabili!

(Continua a leggere delle microplastiche).

testo di Filippo Arienta

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