Microplastiche, macroproblemi: un nemico invisibile (seconda parte)

Riprende il tema sull’inquinamento causato dalle microplastiche spiegato con la conferenza “Oceani di plastica e di ghiaccio”

Adesso che sappiamo cosa sono le microplastiche, come si presentano, come vengono prodotte e infine disperse nei mari del mondo, cosa possiamo dire sulla loro pericolosità? Quali sono i rischi per la vita e il benessere dei viventi, e anche di noi esseri umani?
Come i rifiuti di plastica più grandi, anche quelli più piccoli vengono scambiati per cibo dagli organismi marini (o più semplicemente ingeriti involontariamente da qualunque animale di qualsiasi taglia che si nutre attraverso la filtrazione dell’acqua, dai mitili ai grandi cetacei). Oltre a essere indigeribili e quindi accumularsi nell’apparato digerente causando una perdita di funzionalità di quest’ultimo, i frammenti di plastica portano con loro sostanze chimiche additive come ad esempio gli ftalati, che entrano nel sistema circolatorio e finiscono per essere accumulati insieme alle riserve di grasso nel tessuto adiposo dei grandi mammiferi marini che si trovano in cima alla catena alimentare, attraverso quello che viene chiamato processo di “biomagnificazione” (aumento della concentrazione di una sostanza da un livello trofico ad un altro).

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Il problema è che gli studi sugli effetti nocivi degli ftalati sono da poco iniziati e non si sa ancora quali possano essere i risultati di una esposizione su lungo termine a queste sostanze che attraverso la pesca e l’allevamento ittico arrivano anche sulle nostre tavole. Tavole su cui arriva anche l’acqua potabile, che non dobbiamo dimenticare come ulteriore elemento interessato da contaminazione, seppure in misura minore, come tutte le acque continentali.
Un altro aspetto critico dell’inquinamento da microplastiche è rappresentato dal fatto che questi frammenti fungono da “zattere di fortuna” per alcuni organismi, animali e vegetali, uni o pluricellulari, consentendone la migrazione su lunghe distanze normalmente non percorribili con l’aumento di specie alloctone (ovvero aliene) in molti ecosistemi.

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Siamo arrivati alla conclusione, e per gettare un po’ di speranza su questo scenario preoccupante, possiamo dire che l’attenzione su questa problematica sta aumentando e anche in ambito europeo si stanno delineando delle strategie di responsabilizzazione delle imprese e dei cittadini. Nel gennaio 2018 è stata adottata una strategia europea per la plastica, con l’intenzione di arrivare ad ottenere solo imballaggi completamente riciclabili entro il 2030, con una diminuzione ancora maggiore dell’utilizzo di sacchetti e prodotti con pellets plastici. Questo provvedimento si prefigge non solo di tutelare l’ambiente per sé, ma anche di stimolare una nuova economia delle materie plastiche che opti per un maggiore riutilizzo e riciclo a discapito “dell’usa e getta”, con vantaggi economici e nuovi posti di lavoro.

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Inoltre, è di questi ultimi giorni la notizia della scoperta di un enzima bioingegnerizzato molto efficace per la degradazione del polietilene teraftalato e polietilene furandicarbossilato, ottenuto studiando l’enzima naturale PETasi prodotto da alcuni batteri trovati nelle discariche giapponesi. Potrà essere una soluzione di emergenza da utilizzare nel breve termine per arginare l’invasione delle microplastiche? Staremo a vedere, nel frattempo però, dobbiamo puntare a ideare un utilizzo più intelligente di questo materiale nato per migliorare la qualità della nostra vita, e non per peggiorarla.

Testo di Filippo Arienta

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