Overtourism: anche il turismo lascia un’impronta sull’ambiente

Overtourism indica la situazione ingestibile dei turisti nelle mete più gettonate. Un fenomeno così impattante che si inizia a parlare di inquinamento turistico.

Overtourism significa letteralmente “sovraffollamento turistico” e il suo impatto sull’ambiente sta diventando pesante al punto che si comincia a parlare di inquinamento turistico.

L”overtourism (fonte: Google Immagini)

In maniera più tecnica viene definito come l’impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente la qualità della vita percepita dai cittadini e dai visitatori causando insostenibilità. Ciò significa che il numero di turisti supera di gran lunga la capacità di carico (carrying capacity) di una destinazione, diventando così intollerabile e recando gravi danni al territorio ospitante.

Prendiamo l’esempio di Venezia, costretta all’inserimento di una fee d’ingresso per i turisti ormai ingestibili: sporcizia, importanti costi di amministrazione cittadina, inquinamento tra navi da crociera e immondizia nei canali. Ma il capoluogo veneto è solo l’esempio più eclatante.

Anche i campi base dell’Everest sono stati recentemente chiusi ai flussi turistici per via dall’enorme quantità di rifiuti lasciata dai viaggiatori. Le spiagge e le aree naturali più gettonate non sono esenti da questo fenomeno, che causa danni consistenti all’ecosistema marino e terrestre. L’overtourism ha, tra le altre conseguenze, la perdita di autenticità identitaria e un aumento della costruzione edilizia, che danneggia ulteriormente l’ambiente e il paesaggio e porta a una standardizzazione di servizi ed esperienze che rendono sostanzialmente anonime le destinazioni.

Inquinamento turistico sul monte Everest (fonte: National Geographic)

Le cause dell’overtourism

Tra le diverse cause dell’overtourism finiscono nel mirino la maggiore mobilità dei viaggiatori favorita anche dalle compagnie low cost e dalle crociere a lungo raggio ma con costi contenuti, la diffusione sempre più capillare di AirB&B e l’emersione di nuove destinazioni tutt’altro che attente alle peculiarità ambientali.

Tuttavia, il principale motivo rimane la mal gestione amministrativa delle destinazioni, che non presentano piani di sviluppo sostenibile del turismo sia dal punto di vista urbanistico che comportamentale. Spesso i turisti non sono per niente sensibilizzati a comportamenti responsabili, nemmeno quando si trovano in luoghi delicati come le riserve.

Le istituzioni seguono infatti una logica che punta al massimo sfruttamento per il massimo risultato. Da ciò conseguono deforestazione, sfruttamento del suolo, inquinamento (dal documento Consumption and Environment 2012 che l’UE redige per monitorare i consumi in Europa e i loro effetti sull’ambiente, il turismo è la quarta causa di inquinamento ambientale e di produzione di CO2), spreco (un articolo del South China Morning ha stimato che a Bali campi da golf e piscine consumano 500 litri di acqua al giorno per ogni stanza) nonché invivibilità del luogo, che viene deturpato nelle sue caratteristiche per far spazio – comunque insufficiente – a un numero sempre maggiore di turisti che però ne abusano, generando l’astio dei residenti.

Ostilità verso i turisti (fonte: The Conversation)

Come limitare l’overtourism?

Purtroppo non è ancora stato trovato un vero e proprio rimedio al fenomeno dell’overtourism. Come detto, i principali cambiamenti dovrebbero avvenire a livello amministrativo. Misure coercitive come la tassa d’ingresso di Venezia o la chiusura dei campi base dell’Everest sono necessarie per limitare i danni. A partire da queste disposizioni più superficiali bisognerebbe scendere nel profondo agendo sui piani turistici territoriali a livello locale e nazionale. La strada più esaltata e che nel tempo verrà sempre più battuta è quella del turismo sostenibile che, per sua natura, è in grado di indirizzare i flussi turistici verso territori meno battuti e di attrarre viaggiatori più responsabili.

Un esempio di spiaggia affollata dai turisti. (fonte: Redazione)

Il secondo passo fondamentale è la sensibilizzazione. Una delle cause principali di comportamenti scorretti è l’ignoranza sugli effetti delle proprie azioni. Il turismo responsabile è infatti un habitus, cioè una pratica, un modo di fare e non un tipo di turismo. Per adottare comportamenti rispettosi è dunque necessaria un’informazione di qualità, che deve partire dal turista – che può rivolgersi a siti ed associazioni come AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile) – ma soprattutto dai territori stessi, i quali devono per primi vigilare sulle proprie risorse e instillare negli ospiti un senso di filia e rispetto verso il luogo che stanno visitando.

Testo di Giada Abbiati

Bibliografia:

  • Understanding and managing urban tourism growth – UNWTO
  • Consumption and Environment 2012

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