Acidificazione degli oceani: cosa significa?

Anche gli oceani risentono del cambiamento climatico: la loro acidificazione è un problema serio. Vi spieghiamo brevemente cosa significa

L’aumento degli incendi, come visto in precedenza, è correlato all’aumento di anidride carbonica in atmosfera. Ma anche negli oceani c’è un chiaro riscontro, che provoca il fenomeno chiamato acidificazione. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Anidride carbonica e carbonato di calcio

L’anidride carbonica si trova sottoforma di gas in atmosfera, ma è anche disciolta in mare. Grazie a questa interfaccia aria-acqua, gli oceani sono riescono ad assorbire circa un terzo di questo gas. Tuttavia, la CO2 che troviamo in mare non è solamente presente in questa forma, ma si trova anche a reagire con altre sostanze, descritte in questa reazione:

Reazioni della CO2 in mare. / @Slideplayer

Come si può notare, l’acqua reagisce con l’anidride carbonica a dare acido carbonico (H2CO3). A sua volta, l’H2CO3 ed il carbonato di calcio reagiscono a dare bicarbonato di calcio, ossia Ca(HCO3)2, neutralizzando così l’acido. carbonico . Questo equilibrio permette al pH di non essere troppo acido in mare ed evitare così l’acidificazione. Tale fenomeno viene definito effetto tampone, ad opera del carbonato di calcio.

L’aumento della CO2 in atmosfera ne determina un aumento anche negli oceani. Se la concentrazione del gas è elevata, maggiore sarà l’effetto tampone. Trovandosi a dover reagire con l’anidride carbonica, il carbonato di calcio (CaCO3) sarà disponibile in minor concentrazione per gli organismi marini.

Nonostante il pH degli oceani sia diverso a seconda dell’ambiente in cui ci troviamo (poli o equatore, profondità o superficie), l’acidificazione rimane un fenomeno su scala globale. Un mare più acido, dal punto di vista biologico, ha diverse conseguenze. Tra le più importanti vi è la dissoluzione del carbonato (CaCO3). Basti pensare alle strutture coralline: il loro scheletro è formato da carbonato di calcio. Oppure tutti i gusci calcarei di molluschi, fitoplancton, zooplancton, spugne o crostacei. Maggiore è l’acidificazione maggiore sarà la dissoluzione del carbonato di calcio. Se il processo di acidificazione è rapido, non si lascia spazio agli ecosistemi marini di adattarsi al cambiamento.

Una scogliera corallina. / @Pixabay

Conseguenza sulle specie marine

Come abbiamo visto, l’atmosfera e gli oceani risentono fortemente del cambiamento climatico e del riscaldamento a livello globale. Le caratteristiche dal punto di vista chimico e fisico cambiano, sia in superficie che in profondità. Le conseguenze che possono portare sono l’aumento di acidità, che determinano un calo dell’ossigeno disciolto.

Frangenza delle onde. / @Sara Biancardi

Ma cosa succede a livello delle comunità marine?

Un ampio studio pubblicato su Science in Germania dimostra come la biodiversità marina sia in serio pericolo. Gli oceani si sono acidificati del circa 30%, con una diminuzione delle popolazioni, ma non solo. Le specie meno adattate a vivere in ambienti con un pH più basso sono state sostituite da altre più tolleranti.

Grazie all’utilizzo di BioTIME, un database con 50.000 serie temporali sui cambiamenti di biodiversità, registrati in 239 studi, si è visto come nel corso del tempo le specie siano cambiate nei diversi habitat. La composizione di organismi a livello locale è in grado di organizzarsi in maniera rapida: quasi un terzo di tutte le specie sono state sostituite da altre nuove nel corso di un solo decennio. Questo dimostra come le comunità marine siano in grado di riorganizzarsi, soprattutto a livello tropicale, dove sono presenti i maggiori hotspot di biodiversità.

Il Mar Mediterraneo è diventato tropicale

La sostituzione delle specie in Mediterraneo è una questione ancora più seria. Dal momento che anche il nostro mare si sta riscaldando, molte specie non presenti in questi ambienti sono diventati i nuovi coinquilini dì comunità già esistenti. Ma oltre all’aumento dell’acidità, a determinare la sostituzione delle specie anche la temperatura. Infatti, molte specie aliene, non del nostro bacino, hanno attraversato le correnti (Stretto di Gibilterra, Canale di Suez) per arrivare a stanziarsi nelle acque calde mediterranee.

Le specie termofili, che vivono a temperature più calde, hanno trovato in Mediterraneo un habitat ideale e poco competitivo dove vivere. Non a caso negli ultimi anni si assiste all’ingresso invasivo di alcuni organismi, tra cui il pesce scorpione (Pterois miles), una cernia tropicale (Cephalopholis taeniops) o persino un tipo di pesce pappagallo (Chlorurus rhakoura). Oggi possiamo affermare che le specie alloctone sono più di 40 per quelle ittiche, mentre in generale la comunità scientifica ha definito un notevole aumento di tutti gli organismi costieri.

Specie scorpione, specie invasiva nel Mediterraneo. / @Pixabay

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