Plastica in mare: gli organismi acquatici la mangiano?

In mare la plastica rappresenta un serio problema: ma è vero che gli organismi acquatici la mangiano? E quali sono le conseguenze?

L’inquinamento da plastica in mare rappresenta una delle più grandi cause di inquinamento. Dalle macroplastiche alle microplastiche, sappiamo che ormai è inevitabile osservarla, anche solo passeggiando sulla spiaggia. Ma è vero che gli abitanti del mare mangiano la plastica? E soprattutto: quali sono le conseguenze a livello ecologico?

Plastica scambiata come preda

Molti studi dimostrano come alcuni organismi riescano a scambiare la plastica in mare come preda. Questo meccanismo è dovuto principalmente all’olfatto, usato per localizzare il cibo. Alcuni consumatori primari, come lo zooplancton, mostrano un’attrazione verso sostanze chimiche quali il DMS (dimetilsolfuro) e il suo precursore chimico, il DMSP (dimetilsolfoniopropionato). Ed essendo consumatori primari, diventano prede per altri organismi più grandi, come per esempo alcuni pesci o cetacei.

Tutti noi almeno una volta abbiamo visto l’immagine della tartaruga intenzionata a mangiare una busta di plastica. In effetti è cosi: chi si ciba di calamari o meduse, li può scambiare facilmente con sacchetti e buste di plastica. Questo rappresenta uno dei principali motivi di morte in quanto l’oggetto ingerito può incastrarsi a livello della trachea, provocando la morte dell’animale. Oppure si può bloccare nel tratto digestivo e riempire lo stomaco, causando malnutrizione, fame e, in molti casi, òa morte. Tutti i rifiuti di plastica si accumulano nell’intestino dell’animale, che gli provoca un senso di pienezza. In questo modo, sentendo sempre l’intestino pieno, l’animale smette di mangiare e muore lentamente.

Credit: Troy Mayne

La biomagnificazione

Le plastiche potrebbero essere in grado di accumulare gli inquinanti ambientali come PCB (policlorobifenile) e metalli pesanti, anche a concentrazioni elevate. Queste sostanze potrebbero avere degli effetti negativi sulla riproduzione e sulla crescita. È possibile sapere quali elementi tossici sono presenti in un organismo tramite il bioaccumulo e, successivamente, la biomagnificazione.

Attraverso il bioaccumulo le sostanze persistenti in ambiente, come PCB, ftalati, DDT, furani o metalli pesanti, si concentrano in un organismo. L’accumulazione può avvenire tramite il contatto, l’ingestione o la respirazione di tali composti. Qualsiasi organismo è esposto ad inquinanti: gli animali di piccole dimensioni ingeriscono le plastiche più piccole, mentre una balenottera può persino ingerire reti e attrezzature per la pesca.

La biomagnificazione, invece, indica il fenomeno di accumulo a livello di una intera catena alimentare. L’organismo più piccolo ingerisce una quantità di plastica, che ha accumulato diverse sostanze chimiche. L’animale sarà preda di un’altro di dimensioni maggiori, fino ad arrivare a chi sta in cima alla catena: cetacei, squali eccetera. Gli effetti del bioaccumulo sono misurabili sono a lungo termine, osservabili dalle patologie a livello cronico o alle mutazioni genetiche.

Catena alimentare e bioaccumulazione. / @Wikipedia

I danni degli inquinanti ambientali si notano maggiormente nelle larve e giovanili, più sensibili all’esposizione di sostanze tossiche. Modifiche al comportamento e crescite instabili sono alcune conseguenze che possono compromettere la vita degli organismi nei primi stadi di vita. Tra questi, un esempio lampante è quello osservato sulle larve del pesce persico, le quali preferiscono alimentarsi di frammenti di plastica al posto dello zooplancton.

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